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Joker è Denzel Curry

Articolo di Redazione

08.02.2019

 

Se il Joker di Joaquin Phoenix fosse un rapper, probabilmente sarebbe Denzel Curry.  Non solo perchè in questo video del 13 luglio scorso, Denzel, interpreta un Joker in un grottesco circo che pare ideato da Todd Phillips sotto acidi.

Ma anche per la sua attitudine che attinge a piene mani sia dal fiume del punk-rock che da quello gangsta.

Riguardando il ”Joker” di Phoenix, dopo il trionfo agli oscar 2020 come ”miglior attore protagonista” , si possono ritrovare le stesse influenze nell’interpretazione del suo personaggio.

L’ultimo degli ultimi, bistrattato dalla società, un taxi driver dei nostri tempi – citazione d’obbligo, accolta anche da De Niro, il ”Franklin Murray” one man show del talk televisivo più seguito di Gotham city – che trova la forza di ribellarsi dalle ingiustizie della società soltanto attraverso la violenza. Una violenza catartica. Purificatrice. Terribile. Che, però, ha il sapore di una giustizia sociale, anche se il film di Todd Philips è lontano anni luce dall’esaltazione di quella violenza, perchè la intrappola con la sua cinepresa ma non la condivide.

Il paragone con il nuovo album di Denzel Curry & Kenny Beats pare calzare proprio nei termini con i quali viene raccontata la violenza. Curry è ancora il rapper di ULT, punchlines e cannibalismo prevaricatore. Affamato, con la fame degli ultimi, quella che hanno gli sconfitti che, accontentandosi tutta la vita delle briciole, finalmente comprendono le loro potenzialità attraverso l’ esplosiva azione di rivolta.

Il senso della distruzione, nel film come nell’album, s’ispira a una rivolta senza leader. Movimenti spontanei come quelli di Baltimora nel 2015, quelle del movimento Occupy Wall Street ma anche delle contestazioni ”Anti Trump” sembrano esserne i modelli. Denzel Curry, come Joaquin Phoenix, non ha nessun merito di leadership, non gli interessa il comando. Diventa un semplice catalizzatore della rabbia, dell’energia distruttrice Thanatofilica del popolo, ma non un burattinaio di masse. Non è un leader carismatico che smuove grandi folle. Indica il nemico e lo colpisce, senza interessarsi di fare proseliti. E nell’epoca dell’ ”uomo forte”, la rivolta senza leader, la violenza senza capi diventa un atto rivoluzionario. Ma senza senso. Un’ azione che forse approverebbe Andrè Breton, fondatore del movimento surrealista europeo nei primi del ‘900, il quale descriveva – nel suo manifesto surrealista – il più semplice atto surrealista come ”scendere in strada con una pistola per mano e sparare a caso, finché si può, sulla folla”. Siamo sicuri funzioni?

Forse no. Ma è il modo con cui i più sfortunati, coloro che la società non riesce (o non vuole) ascoltare, si deve esprimere. Per non implodere. La frustrazione viene diretta verso l’esterno. Dopo anni di vessazioni e umiliazioni, gli ”anelli deboli” della società, per non farsi schiacciare dal peso delle proprie sfortune, sparano nella fronte dei più fortunati.

Però, a differenza del Joker di Todd Phillips, Denzel Curry e Kenny Beats utilizzano una modalità meno distruttiva per esprimersi. La rabbia è tanta ma cosciente. La vena sulla testa è gonfia ma non esplode. Riescono a tenere lucida la mente e sgombro il cuore. Forse proprio per questa ragione il loro album avrà un impatto inferiore, in termini mediatici, sul breve periodo ma avrà una durata superiore, in termini discografici, rispetto ai grandi rapper ”in rivolta” contro tutto.

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